La testimonianza di Laura Roveri sull’operato di una associazione a difesa delle donne. #Femministe non pervenute.

Quando illudere di avere un aiuto può  diventare una seconda violenza

Laura Roveri, nata a Nogara, aveva 25 anni quando il suo ex fidanzato, Enrico Sganzerla di Casaleone, tentò di ammazzarla davanti ad una discoteca di Vicenza. In primo grado l’uomo era stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione per tentato omicidio, beneficiando del rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo sul totale della pena, mentre lo scorso giugno, in Appello, la sua condanna è stata ridotta a cinque anni. A incidere sullo sconto di pena la circostanza che la donna, dopo il risarcimento ottenuto dall’uomo, si sia defilata dal processo. Laura oggi è una delle donne che si batte attivamente contro la violenza di genere e contro l’indifferenza, maschile e femminile, nei confronti di una emergenza assoluta.

Laura sono passati esattamente tre anni dal 12 aprile 2014, la notte in cui un uomo ha cercato di ucciderla a coltellate. Come sta fisicamente?

Dopo quello che è successo ho ancora degli strascichi fisici, e riguardano soprattutto le terminazioni nervose della testa, che si ripercuotono su altri parti del corpo. Quelle terminazioni sono state lacerate da 16 coltellate violentissime e talvolta mi creano problemi di mobilità, oltre ad aver pregiudicato per sempre la mia sensibilità, per esempio, al cuoio capelluto. Di certo non tutto è tornato come prima e mai lo tornerà.

E moralmente, come sta?

Ho superato e sono andata avanti. E non ho rancore, se è questo che vuole sapere. La mia delusione sta tutta nel post evento, da come si è svolto il processo, alla pena, all’indifferenza delle persone. Per quel personaggio non provo nulla: se una persona si mette nella condizione di uccidere è nel buio, è malato, non mi interessa nulla, per me non esiste più e della sua vita può fare quello che vuole.

« Personaggio»?

Non pronuncio la parola «bestia» perché sarebbe irrispettoso nei confronti di tanti animali che hanno molto rispetto degli esemplari femmine. Chi ti dice che ti ama e poi prova ad ucciderti non è un essere umano, perché questa è la cosa più crudele del mondo da poter fare. In quella serata di sangue il «personaggio» era quasi riuscito nel suo progetto di morte. Ero assolutamente certa che sarei morta. L’ho capito quando ha tirato fuori il coltello, ho percepito che non si sarebbe fermato, che non voleva solo ferirmi o spaventarmi ma era venuto lì con l’intenzione di uccidermi. Ho sentito le coltellate, ho sentito la lama che lacerava la mia pelle, ho sentito il mio sangue che usciva, i colpi che mi ferivano la testa. La lama mi ha sfiorato la carotide, ha lacerato la trachea per 1,8 millimetri, sentivo l’aria che entrava dal collo, sarebbe bastato un niente e non sarei qui a raccontare questa storia. Quella sera sono svenuta, poi ho ripreso conoscenza per poi svenire ancora… quella sera sono morta e rinata. Non mi ha ammazzato solo per un caso, solo perché sono intervenute le persone che erano lì, altrimenti avrebbe portato a termine il suo progetto. Sono sicura che aveva previsto tutto: in auto aveva denaro per scappare e una borsa con i vestiti, voleva uccidermi e scappare. Ora è casa e al mattino va anche al lavoro… non servono molti commenti sull’efficacia della legislazione italiana.

E il processo?

Be’, è chiaro che il fatto che io mi sia salvata praticamente è una colpa per me, forse sarei dovuta morire. Dovrebbe essere un’aggravante della pena per lui invece, per il fatto che mi porterò dietro tutta la vita quello che è successo e non potrò mai cancellarlo. Non voglio entrare nei tecnicismi, ma il processo è stato penoso. Ho dovuto sentire i suoi avvocati dire che non c’era nulla di premeditato, che lui si portava il coltello in auto perché la sua dieta prevedeva che si sbucciasse un frutto a metà giornata. Ma ci rendiamo conto? Ma davvero una per- sona già vittima deve sentire tutto questo? Il fatto è che in Italia una persona che quasi ne uccide un’altra fa un mese e mezzo di carcere, poi finisce in una struttura di lusso per cure psichiatriche e dopo quattro settimane viene rimandata a casa, ai domiciliari, in mezzo al via vai di amici e parenti che girano per casa come se fosse una festa, con mamma che ti prepara la pappa. Qual è l’esempio, qual è l’esemplarità della pena? Le istituzioni non prendono posizione e ricordiamoci che quando lo Stato manca, tutto degenera. Una donna al giorno muore anche perché questi personaggi non hanno pene esemplari.

Ha più visto il «personaggio»?

Ai processi sì, ma non mi ha mai degnato di uno sguardo, circondato da amici e forze dell’ordine che che lo sostenevano. Ho anche ricevuto messaggi da parte di persone che gli gravitavano attorno che mi accusano di non «conoscere l’arte del perdono», oltre ai vari insulti .

Cosa ha «perso» dopo questa storia ?

Diversi amici. Alcuni sono spariti dopo che li avevo chiamati a testimoniare al processo, non volevano essere minimamente coinvolti. E ho perso la stima in molti perché ho toccato con mano il fatto che una donna che subisce violenza viene colpevolizzata, viene considerata in qualche modo «cor responsabile». Chissà quante persone, leggendo di me, pensano «chissà lei però cosa ha fatto per scatenare la furia di lui». Ho fatto niente, completamente nulla, se non dirgli non era più il caso di continuare la nostra relazione.

Le associazioni contro la violenza sulle donne le sono state vicine?

All’inizio sì, ma poi ho perso la fiducia anche in loro: una nota realtà di Verona ha provato a strumentalizzare la mia storia. Voleva dirmi come comportarmi al processo, l’avvocato da prendere scegliere, quello che dovevo dire alla stampa, con tanto di addetto stampa al seguito. Tutto ciò mi ha fatto capire che non otterremo mai nulla se non ce lo andremo a prendere, se uomini e donne, insieme, non diranno «basta» a tutto questo.

Cosa si può fare, cosa possono fare, per esempio, i Comuni?

Mah, i comuni poco o niente perché non hanno alcun potere né legislativo né giudiziario, ovviamente, ma possono agire nella fase di sensibilizzazione e prevenzione, già a partire dagli asili. Bisogna cambiare, sia a livello personale che a livello giuridico. Bisogna intervenire sulla legislazione e vietare la possibilità di rito abbreviato per la violenza di genere perché non è ammissibile che si abbiano «sconti» su reati così indegni. E poi noi: la violenza deve uscire dalle mura domestiche, bisogna che eliminiamo l’apatia. Se la mia vicina dicasa ha un problema è anche affar mio, tacere equivale ad avere responsabilità.

Lei non ha nascosto le sue ferite e le ha rese pubbliche perché tutti potessero vederle, perché tutti fossero costretti a parlarne.

Sì, ma mi hanno anche accusata si cercare visibilità, di trarre vantaggi dalla situazione, di cercare la ribalta. Cosa rispondo? Che la gente è malata, mi fa male che quasi tutte quelle che dicono o pensano queste cose siano donne; credo che alla base ci sia frustrazione e invidia per qualcosa che vedono in me e che non vedono in loro. Le reputo delle poverette che remano contro la battaglia che stiamo portando avanti anche per loro. L’empatia, è questa che manca in uomini e donne: solo quando ci metteremo nei panni di chi ha subito tutto ciò potremo affrontare uniti il problema e soprattutto reputarlo davvero un problema e non una emergenza spot.

Oggi ha paura?

No, nonostante io non abbia nessuna protezione. Per  un periodo una volante della Polizia passava una volta al giorno sotto casa mia, ma pu rispettando il lavoro delle forze dell’ordine, è una cosa perfettamente inutile perché se lui volesse potrebbe raggiungermi quando e dove vuole… il fatto è che lui non dovrebbe essere già fuori, non prima che sia accertata la sua non offensività. Io non ho paura, ma nessuno mi garantisce che questo personaggio stia facendo un percorso che lo porti a non essere più pericoloso per gli altri. Sia chiaro, non è una cosa che riguarda solo me, ma è una condizione che deve interessare tutti: la prima causa di morte delle donne in giovane età è la violenza da parte del compagno, più del cancro.

Della sua vita privata non vuole mai parlare.

No, non sono una soubrette, io voglio parlare di questa battaglia, non di me. Ma voglio ribadire che nessuno mi ha tolto voglia di amare; nessun trauma è positivo, ma la forza di ognuno di noi sta nel risorgere dalle proprie ceneri. La vita felice non è quella priva di problemi, ma quella «resiliente», il segreto è nel ricostruirsi più forti e più saggi.

Perché gli uomini odiano le donne?

Non è così. In Italia c’è stata una profonda lacerazione nell’idea di famiglia tradizionale che c’era prima degli anni ‘70. C’è stata una rivoluzione e agli uomini non è stata data la strumentazione cognitiva per accogliere il cambiamento, non erano pronti al fatto che il concetto di «proprietà» sulla donna era stato abolito. Eppure ancora oggi ad alcuni uomini piace che la donna stia a casa, che si occupi solo delle faccende domestiche. Alcune amiche di 25-30 anni, mi dicono ancora «non esco perché al mio compagno non fa piacere»… e stiamo parlando di ragazze giovanissime. C’è un substrato di profondo sessismo costruito già negli asili, dove ai piccoli si dice «comportati da ometto» o «comportati da principessa», costruendo dei ruoli che, se a livello psichico non rappresenteranno perfettamente la persona, talvolta faranno perdere la testa. Sapesse quanti uomini vengono nel mio studio di yoga che evidenziano un turbamento nella concezione del loro ruolo. «Non posso piangere» mi dicono… e perché?

Quanto l’ha aiutata lo yoga nel suo percorso di recupero?

Molto, perché lo yoga è una tecnica di liberazione, di forza, di centratura. E’ una filosofia che mi ha aiutata ad attingere in me stessa, ma quante donne possono beneficiare di ciò? Io per fortuna arrivavo da questo ambiente e ho imparato l’arte della resilienza, ovvero trarre forza dal dolore. Molte donne, purtroppo, non sono in grado di far fronte alla violenza che non è solo fisica, ma è anche di tipo economico, per coloro che non sono indipendenti, ed è anche «velata», ovvero frutto di spinte, schiaffi e altri atti che non lasciano ematomi visibili.

Ci sono storie di violenza sommersa e a rischio in provincia di Verona?

Sì. Ricevo centinaia di messaggi di donne veronesi in condizioni disperate che mi chiedono aiuto. Mi lascia perplessa che scrivano a me e non ad altre strutture, questo è un dato che dovrebbe far riflettere e fare autocritica agli addetti ai lavori. Manca sicuramente una rete che intercetti i casi sommersi e delicati, i centri anti violenza e le forze dell’ordine non bastano.

Villafranca Week

 

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