Milano. L’odissea di due genitori per evitare l’obbligo del gender a scuola

L’insegnamento di matematica finanziaria dalla prima elementare metterebbe d’accordo tutti.
Se l’articolo 30 della Costituzione riconosce un principio naturale come il diritto-dovere dei genitori di educare i propri figli, com’è possibile che dopo quattro mesi di trafila non sia stato ancora riconosciuto a dei genitori il diritto all’esonero per la figlia da un corso su temi educativi sensibili, proposto in una classe di quinta elementare?
La Nuova BQ aveva già parlato di questo caso sorto in una scuola di Milano, dove a inizio aprile due genitori avevano chiesto l’esonero per la propria bambina di dieci anni dalla frequenza di un corso sulla “parità di genere”, perché contrari all’approccio educativo e ai contenuti proposti. Con il supporto del marito, la pedagogista Daniela Frizzele aveva scritto una puntuale critica pedagogica per motivare la contrarietà al corso e richiedere un’attività alternativa per la figlia, ma a fine aprile la dirigente scolastica aveva rigettato la richiesta, asserendo sorprendentemente l’obbligatorietà del corso, che per sua natura è invece in tutto e per tutto facoltativo.
Il progetto in questione, intitolato “A scuola di parità, è svolto dall’Ala Milano Onlus, un’associazione che fa parte della galassia Lgbt e il cui retroterra culturale cozza con l’educazione alla bellezza della complementarità maschile-femminile e della famiglia naturale quale cellula costitutiva della società, che quei genitori vogliono trasmettere ai propri figli.
Per i dettagli sulle collaborazioni e le attività dell’Ala Onlus rimandiamo all’articolo pubblicato a maggio, mentre di seguito riportiamo gli sviluppi della vicenda.
Dopo il rigetto della loro domanda da parte della preside, i genitori hanno contattato alcune associazioni familiari e inviato un ricorso all’Ufficio scolastico regionale (Usr) della Lombardia, rinnovando la richiesta di vedersi riconosciuto il diritto all’esonero e chiedendo un’audizione. Nella loro lettera, la pedagogista milanese e il coniuge richiamavano vari riferimenti normativi a sostegno della libertà di scelta educativa delle famiglie (art. 21 della legge 59/1997, art. 4 del Dpr 275/1999, art. 1 comma 3 della legge 107/2015), ricordando la compresenza di un curricolo nazionale obbligatorio e di un curricolo facoltativo (art. 4 del Dpr 89/2009, art. 10 del Dpr 89/2010): per la quota di insegnamenti opzionali la scuola ha cioè un’autonomia relativa, che non può scavalcare la priorità educativa delle famiglie.
Nel ricorso all’Usr, i genitori sottolineavano un altro aspetto estremamente importante: non basta aver inserito in modo generico un progetto nel Ptof (piano triennale di offerta formativa) per poter dire che le famiglie siano state coinvolte nelle scelte.
In seguito alla segnalazione, la famiglia è stata invitata il 12 luglio a Roma, dove un dirigente del Miur ha sottolineato la responsabilità educativa della scuola (che ricordiamo viene dopo la responsabilità educativa della famiglia) ed esortato, quasi provocatoriamente, a fare ricorso al Tar. Come dire che le vie legali sono diventate l’unica strada per sperare nel riconoscimento di un principio elementare come la libertà di educazione, che solo negli Stati totalitari era stato fin qui negato e – proprio per evitare derive di questo tipo – nell’articolo 26 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (1948) è stato messo nero su bianco il diritto di priorità dei genitori nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli.
Il 13 luglio i genitori, accompagnati da due rappresentanti del Comitato difendiamo i nostri figli, sono poi stati ascoltati a Milano all’Usr e il 20 luglio hanno ricevuto la risposta scritta della direttrice generale Delia Campanelli, che ha sì manifestato la sua formale disponibilità a un ulteriore confronto, ma in sostanza – sulla stessa linea del dirigente del Miur a Roma – ha glissato sul riconoscimento del diritto all’esonero, cioè il motivo alla base della trafila estenuante affrontata negli ultimi quattro mesi.
A lasciare di stucco sono le argomentazioni usate per eludere la richiesta della famiglia. La Campanelli ha richiamato le due circolari ministeriali del 6 luglio e 15 settembre 2015, per ricordare rispettivamente che “le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell’iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell’offerta formativa” e che “questa opportunità offerta ai genitori consentirà di scegliere la scuola dei propri figli dopo aver attentamente analizzato e valutato le attività didattiche”. La traduzione è semplice. Due genitori hanno chiesto l’esonero per la loro bambina da un progetto educativo non condiviso e la sostituzione con un’attività alternativa, ma la dirigente dribbla la loro richiesta davvero minima (non si fa già lo stesso con la religione cattolica?), replicando che devono conoscere l’offerta formativa della scuola dove intendono iscrivere i loro figli.
La replica dell’Usr lombardo è un autogol. Per almeno tre motivi.
Primo, nel loro ricorso i genitori avevano già spiegato di aver letto il Ptof dell’istituto, sottolineando quanto fosse carente riguardo alle informazioni sul progetto contestato. Nella prima versione pubblicata dalla scuola di Milano per il 2016-2019, è riportata appena mezza riga sul corso, ossia questa: “A scuola di parità: educazione di genere”. Punto. Tra l’altro, risultava sotto la voce “progetti della scuola secondaria di 1° grado” (pag. 28), mentre come detto è stato proposto in quinta elementare. Sarebbero queste le informazioni dettagliate sulla base delle quali i genitori dovrebbero decidere dove iscrivere i propri figli? Non solo.
Nella versione aggiornata del Ptof, il nome del progetto non compare più, mentre sotto la voce “scuola primaria” vengono inserite due righe e mezza: “Educazione all’affettività e alla parità di genere: incontri rivolti agli alunni sull’educazione affettiva e sugli atteggiamenti e i comportamenti che possono danneggiare od ostacolare le relazioni paritarie uomo-donna” (pag. 25). Poche e generiche parole che non specificano i contenuti del progetto, la metodologia di lavoro e l’associazione promotrice, come hanno argomentato giustamente i genitori. Tutte informazioni necessarie che la famiglia ha potuto avere solo all’incontro di presentazione del 22 marzo, quando il progetto era stato già approvato dal collegio docenti, poi dal consiglio di istituto e infine assegnato all’Ala Onlus, senza coinvolgere né la Frizzele e il marito né la maggioranza degli altri genitori. Come si può allora usare il pretesto del Ptof per aggirare il legittimo diritto all’esonero?
Secondo, anche qualora il Ptof fosse stato scritto con tutti i crismi, ricordiamo che viene aggiornato di anno in anno e che la bambina frequentava la quinta elementare: cosa dovrebbero fare dei genitori se da un anno all’altro vengono inseriti progetti educativi non condivisi? Portare via i figli dall’istituto frequentato per anni e iscriverli in un’altra scuola? Sarebbe questa la soluzione più semplice e giusta? Se si legge tra le righe è proprio la soluzione suggerita nel richiamare quegli estratti delle note ministeriali. Una soluzione contraria al buonsenso, che si spiega solo col rifiuto di riconoscere il sacrosanto diritto all’esonero.
Terzo, appare preoccupante che si citino delle singole frasi di circolari ministeriali per negare un diritto di rango costituzionale, a meno che non si voglia dire che basti una circolare per annullare quanto scritto nella Costituzione. Dove va a finire la certezza del diritto? Davvero al Miur c’è chi ci vuole dire che una famiglia deve ricorrere al Tar per vedersi riconosciuto un diritto costituzionale? Chiaro che poi si colleghi tanta testardaggine alla volontà di diffondere a tutti i costi la cultura delle associazioni Lgbt nelle scuole, perfino calpestando la volontà delle famiglie. Si spera quindi che si traduca finalmente in realtà l’impegno preso in prima persona dal ministro per l’Istruzione, Valeria Fedeli, che in una riunione a fine luglio con alcune associazioni familiari (Comitato articolo 26, Generazione famiglia, Non si tocca la famiglia e ProVita) ha confermato di voler sostenere il consenso informato preventivo.
Nel frattempo, dopo la risposta ricevuta dalla Campanelli, i genitori hanno scritto nuovamente all’Ufficio scolastico regionale dicendosi disponibili a un secondo incontro e ribadendo il loro diritto a un’informazione dettagliata per valutare la proposta della scuola, la richiesta di esonero per i loro figli e la previsione di un’attività alternativa per i corsi su temi sensibili. La libertà educativa, purtroppo, non è più così scontata e va difesa quotidianamente. Vi terremo aggiornati.

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