Qual è il filo rosso che unisce l’elezione di Macron alla visita di Obama? L’Etat profond. E le “riforme”

Si è molto parlato della visita di Barack Obama a Milano. E anche ironizzato, io per primo. In effetti, suona un po’ scordato il fatto di attraversare l’oceano per parlare di sostenibilità alimentare, quando per farlo occorrono aereo privato, 15 automobili di scorta, una suite da 8.500 euro a notte e una città in stato d’assedio. Ma, onore al realismo, si tratta di un ex presidente USA, quindi il protocollo, anche di sicurezza, lo impone. Ovviamente la stampa italiana si è molto soffermata sull’uso strumentale – tutto a livello di autocelebrazione interna – che Matteo Renzi ha fatto della visita, fino alla sgarbo istituzionale nei confronti di Paolo Gentiloni, quando insieme a Barack Obama ha telefonato a Emmanuel Macron per congratularsi della vittoria: triste tramutare in atto politico la mera pulsione pelvica di un ego ipertrofico ma l’Italia è questa, il Paese dove un libro chiamato “Poteri forti” viene usato proprio dagli stessi per inviare messaggi criptico-minacciosi al governo.

Più grave è stato il fatto che Barack Obama abbia utilizzato la sua visita per scopi meramente politici, visto che tramutare un happening sul futuro dell’alimentazione in un comizio anti-Trump, profumatamente pagato, appare uno sgarbo istituzionale, oltre che una mossa di bassissimo livello. Ma, ovviamente, il pubblico ha gradito: il premio Nobel per la Pace che attacca il Presidente delle fake news è una partita senza mistero, come paragonare Van Basten a Maccarone. Ed ecco la frase più interessante pronunciata dall’ex inquilino della Casa Bianca: “Io e Matteo (Renzi, ndr) abbiamo parlato di come porteremo a creare una rete efficiente di attivisti globali in diversi settori. C’è la necessità di formare la prossima generazione di leader”. Ora, conoscendo Matteo Renzi e il suo operato da premier, verrebbe da ridere ma questa frase racchiude un qualcosa di cui aver timore, perché alcune parole sono simboliche e ci rimandano, come un filo rosso, alla genesi del fenomeno Macron e della sua travolgente corsa verso l’Eliseo, costruita a tempo di record.

Cerco di spiegarmi. Contrariamente a quanto creduto, ci sono due realtà che non sono emerse riguardo il voto presidenziale francese. Primo, l’argomento principe su cui si è formato il consenso è stato l’enorme risentimento verso l’Etat profond, ovvero il corrispettivo d’Oltralpe del Deep State statunitense: polizia, giustizia e pubblica amministrazione. Certo, immigrazione e lavoro hanno pesato ma la Francia, senza che nessuno se ne accorgesse, si sta tramutando nel proxy degli USA nel cuore d’Europa. E la percezione che la gente ha dell’Etat profond è oppressiva, corrotta e anche violenta. Secondo, Emmanuel Macron non è il frutto dei soldi di Banca Rothshield e dei suoi addentellati politico-finanziari, bensì un’astuta operazione di genetica politica con nomi e cognomi, padri e padrini.

A svelarne le identità, inascoltato, ben prima del voto, è stato il filosofo anti-moederno Michel Onfray, autore del libro “Decadenza” e fondatore dell’Università popolare di Caen, il quale vede dietro l’astro nascente della nuova politica europea gente del calibro di Bernard-Henri Levy, filosofo e agit-prop di tutte le “guerre umanitarie” dagli anni Novanta in poi, Pierre Bergé di “Le Monde”, il già noto Jacques Attali, sociologo e demiurgo della plasmazione del socialismo nella kora del neoliberalismo, l’eminenza grigia Alain Minc, l’ex numero uno di Medici senza frontiere, Bernard Kouchner e l’ex leader del maggio 1968 parigino, Daniel Cohn-Bendit. Così Onfray definiva questa compagnia di giro: “In altre parole, i ferali promotori di una politica liberale che ha permesso a Marine Le Pen di raggiungere il suo miglior risultato elettorale di sempre”. E cosa unisce questi presunti mestatori nel torbido della politica dietro le quinte? Sono tutti ubbidienti servitori dell’Etat profond.

 

Ma per capire ancora meglio come l’elezione di Emmanuel Macron vada intesa come la rivolta delle elites, si può fare riferimento a un altro filosofo, Jean-Claude Michea, discepolo di George Orwell and Christopher Lasch e autore del saggio di recente pubblicazione, “Notre Ennemi, Le Capital”. Nel suo lavoro, Michea studia in dettaglio come la sinistra liberale e post-ideologica abbia mano a mano adottato i valori di quella che Karl Popper definì “società aperta” e come gli spin doctors dei media mainstream abbiano alacremente lavorato per declinare il termine “populismo” nello stigma del male assoluto del nostro tempo. Il contrasto con la realtà, in tal senso, lo confermano i numeri: per la stampa, Marine Le Pen era la quintessenza del populismo ma, se andiamo a vedere la composizione degli 11 milioni di voti che ha raccolto, si scopre che una larga parte arriva dalle classi popolari, quella che un tempo la sinistra storica avrebbe chiamato “classe operaia”.
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er rafforzare la sua tesi, Michea va alla radice del termine “populista”, nato nella Russia zarist e una corrente del movimento socialista che credeva come poveri, artigiani e piccoli imprenditori avrebbero avuto un posto d’onore in un’economia socialista sviluppata. Poi, il raffronto storico: nessuno, nel corso del Maggio francese, avrebbe pensate che il termine “populista” potesse essere associato a “fascista”, questa mutazione avvenne all’inizio degli anni Ottanta, come parte di quella che Michea definisce “la neo-lingua orwelliana del neoliberalismo”. Per l’autore, inoltre, è molto più semplice essere un neoliberale di sinistra, piuttosto che di destra. Ed ecco la parte più interessante, il filo rosso che unisce il fenomeno Macron allo sbarco in pompa magna e con profilo da messia laico di Barack Obama a Milano.

In Francia infatti, i neoliberali di sinistra appartengono al ristretto circolo dei cosiddetti “Young Leaders” adottato dalla French American Foundation, un elite che ha visto convergere sul suo candidato artificiale quel mondo del business e della finanza francese che aveva immediatamente intuito come un candidato da vecchia destra cattolica quale era François Fillon non avrebbe potuto sfondare. Per mantenere vivo il progetto neo-liberale delle elites, lo stesso che l’ex presidente di UBS, Peter Kurer, declinava nel paradigma in base al quale “per le elites, l’UE è un mezzo per diventare ricchi in fretta ed esportare i loro problemi”, serviva l’approccio relativamente morbido delle “riforme” come grimaldello per scardinare valori e diritti di quello che è vissuto come un ancient regime. Siamo al “capitalismo post-democratico”, come lo definiva George Orwell? Siamo al paradosso di una rivolta delle elites fatta propria e combattuta, anche se ancora senza entusiasmo, dalle classi popolari in nome della lotta al fascismo, al populismo e al nazionalismo, come ci mostra l’endorsement garantito da buona parte dell’elettorato di Jean-Claude Mélenchon per Emmanuel Macron?

 

Di cosa ha parlato a Milano, Barack Obama? Di zucchine e fagiolini eco-sostenibili? No, della necessità di formare una generazione di giovani leader. E, guarda caso, “Young leaders” è il programma d punta della già citata French American Foundation, fondato nel 1981 da Ezra Suleiman, professore di Scienza politiche a Princeton. Alla base del progetto, la creazione di una classe dirigente capace di capire come agisce la società e con un potenziale di leadership in economia e altri ambiti, il tutto per rafforzare i rapporti tra le società americana e francese. E andando sul sito, scoprirete che con enorme orgoglio, la French American Foundation sottolinea come il programma “Young leaders” annoveri tra i suoi membri 525 tra presidenti, uomini di Stato, amministratori delegati di grandi multinazionali, militari di alto grado, scrittori, direttori di think-tank e centri ricerche.

Qualche nome? Bill Clinton, Hillary Clinton, il generale Wesley Clark, i senatori Evan Bayh e Bill Bradley, l’ex capo dello staff della Casa Bianca, Joshua Bolten, l’ex vice ministro degli Esteri, Antony Blinken, l’ex presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick. E tra i francesi? Beh, lo stesso Francois Hollande era nel gruppo degli “Young leaders” del 1996. E poi l’ex premier Minister Alain Juppé, il ministro dell’Educazione, Najat Vallaud-Belkacem, il ministro della Sanità, Marisol Touraine, gli ex ministri della Difesa, Alain Richard e François Léotard, oltre al gotha dell’economia, tra cui Henri de Castries (AXA), Alexandre de Juniac (Air France-KLM), Anne Lauvergeon (ex presidente e CEO di AREVA) e Michel Bon (ex CEO di France Télécom).

 

Manca nessuno? Ah già, tra gli “Young leaders” del 2012 c’era un tale Emmanuel Macron, come ci mostra la foto di copertina. Non vi pare che tante cose coincidano? Lo vedete il filo rosso che unisce Barack Obama e il nuovo inquilino dell’Eliseo? Forse, c’è poco da fare ironie sul ruolo di badante coniugale di Emmanuel Macron, perché se è un ologramma, lo è di una lobby con fini ben determinati. E pochi scrupoli. E, altrettanto, conviene spendere poche battute sul viaggio dell’ex presidente USA a Milano: è venuto a dare ordini, non a parlare di peperoni. E ordini precisi. In nome dell’elite.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli per rischiocalcolato.it

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