Monte dei Paschi di Siena per Bazoli era già fallita nel 2015

Il fondatore di Intesa sapeva cosa stava accadendo a Rocca Salimbeni: «State lontani… perché una banca vuota è fallita!», disse intercettato. Così saltò l’aggregazione con Ubi. La ricostruzione.

 Ci sono voluti mesi di incertezza e quindi di ulteriori perdite per arrivare al decreto per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. Ma si dovrebbe parla di anni, visto che negli ambienti finanziari la situazione era ben nota. Dalla fine del 2014 la banca era alla ricerca di un partner salvifico, spinta da Bankitalia, sempre pronta a supportare fusioni e aggregazioni, a volte anche a prescindere dalla bontà industriale dell’operazione. Per mesi sul piatto c’era l’unione tra Rocca Salimbeni e Ubi Banca, uno dei pochi istituti di credito popolari che era uscito indenne dagli stress test.

MATRIMONIO DA BOICOTTARE. I lombardi inizialmente erano pronti a prendersi o ‘riprendersi’ in casa Antonveneta, quella che un interlocutore parlando con Giovanni Bazoli, intercettato nell’ambito dell’inchiesta per ostacolo alla vigilanza e influenza illecita sull’assemblea su Ubi Banca, definiva «la tua filiale». Ma Bazoli, che anche se non era più consigliere di Ubi continuava a occuparsi e a dettare le linee della banca di Brescia e Bergamo dall’esterno, era il più covinto che il matrimonio non doveva andare in porto.

CHIESTO A MESSINA UN PARERE. Era il 4 febbraio 2015 quando, al telefono con la figlia Francesca, il grande vecchio della finanza italiana spiegò di aver chiesto all’amministratore delegato di Intesa SanPaolo Carlo Messina un parere su Mps. Il nucleo speciale di polizia valutaria che stava intercettando Bazoli riportò le parole tra virgolette: «Lui sapeva abbastanza che Ubi era interessata… devo dirti che quello che mi ha detto lui mi ha convinto ulteriormente che assolutamente non è da fare».

QUEGLI NPL NON COPERTI. E ancora: «Lui (Messina, ndr) mi dice che insomma il Monte Paschi ha un personale in pesantissimo eccesso e dice che la riduzione del personale è impossibile da gestire…». Non solo. L’ad di Intesa fece notare anche che Monte Paschi aveva «perso depositi» e spiegò a Bazoli: «Anche se Banca d’Italia dice no, non ha ancora completato la copertura dei crediti deteriorati».

Carlo Messina Intesa Sanpaolo

Carlo Messina di Intesa SanPaolo.

A Intesa SanPaolo, insomma, sapevano cosa c’era (sofferenze) e cosa non c’era (raccolta) dentro il Monte Paschi. Il bilancio del 2014 già indicava un calo della raccolta diretta di 3,6 miliardi di euro, quello del 2015 registrò un’ulteriore riduzione di 4 miliardi. Però la riforma delle popolari all’inizio del 2015 ha aperto la stagione delle fusioni e delle aggregazioni. E a Brescia c’era chi non era intenzionato a starsene in disparte.

«DOBBIAMO FARE QUALCOSA». La figlia di Bazoli riferì le parole di Franco Polotti, allora presidente del consiglio di gestione di Ubi: «Qualcosa dobbiamo proprio fare, con grande cautela e attenzione, però noi dobbiamo muoverci». Sulla stessa linea d’onda era Victor Massiah, l’amministratore delegato di Ubi. E a questo punto Bazoli si convinse che c’era bisogno di un suo intervento.

IL PROBLEMA DEGLI SPORTELLI. La paura per un matrimonio con Siena era palpabile: «I motivi di preoccupazione miei si sono molto aggravati… questo volevo dirti… al telefono… senza entrare nel dettaglio ma lui (Messina, ndr) ritiene che le condizioni che lui pone sono irrealizzabili, a cominciare da quella del personale, lui dice che c’è un personale assolutamente esagerato, squilibrato, e dice che anche l’idea di vendere gli sportelli col personale non sta più in piedi». «Gli sportelli, come dicevo io, ormai valgono pochissimo», osservava aggiungendo che anche nel caso si fosse riusciti a venderli «non te lo prendono tutto il personale, capisci?!».

LAVORATORI ESTERNALIZZATI. Del resto le prove dell’impossibilità di vendere e comprare dipendenti come fossero pacchi c’erano già state. Proprio nel 2014 infatti Siena aveva esternalizzato mille lavoratori tramite una newco messa in piedi dal gruppo Bassilichi, in cui peraltro siedeva come consigliere il genero di Bazoli ed ex martito di Francesca, il parlamentare Gregorio Gitti. Una vicenda che non si è ancora chiusa, con la corte d’Appello che ha dato ragione ai lavoratori e Bassilichi e Mps che a inizio 2017 hanno annunciato nuovi investimenti nel tentativo di riparare i danni.

Bazoli

Giovanni Bazoli.

State attentissimi! Anzi, l’avvertimento è: state lontani… perché una banca vuota è fallita!

Sulla questione Mps, Bazoli era ancora più diretto al telefono con Polotti: «Ho avuto ulteriori valutazioni su quell’ipotesi… e sono tutte univocamente nello stesso senso… state attentissimi! Anzi, l’avvertimento è: state lontani… perché una banca vuota è fallita!». Era il 7 febbraio 2015. Dieci mesi dopo, a gennaio 2016, e dopo due anni di raccolta diretta in discesa, il titolo Mps iniziò una discesa libera sui mercati.

SERRA HA RIVENDUTO DOPO DUE MESI. In quei giorni Davide Serra, fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris e vicino all’ex premier Matteo Renzi, annunciò al World Economic Forum di aver iniziato a comprare debito senior di Rocca Salimbeni. Peccato che Serra a fine marzo si era già liberato di quei titoli, come risulta a Lettera43.it. Sempre in quei giorni di gennaio, Renzi rilasciò a Il Sole 24 Ore un’intervista per dire che era in corso «una manovra su alcune banche», ma che il sistema era «solido». Insomma «il Monte dei Paschi oggi è a prezzi incredibili», spiegava il primo ministro, «chiunque verrà farà un ottimo affare». Ma non è arrivato nessuno. I guai si sono moltiplicati. E Ubi ha potuto scegliere quali castagne togliere dal fuoco: al posto di comprarsi Mps, si è fatta regalare le tre good bank al prezzo di un euro.

lettera43.it di 

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